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Via Vendramini 46
Bassano del Grappa (VI)

 

 dal 20 novembre
al 9 dicembre 1999

Carlo Dalla Zorza: "Realtà poetica del paesaggio veneto"

Parlare, o meglio ragionare di Carlo Dalla Zorza e della sua pittura è facile e nel contempo difficilissimo. Perché è un pittore semplice, apparentemente spontaneo, di accosto immediato, di luce e incanto che emanano da poesia pura, dai tocchi sapienti lievi e precisi, dalle atmosfere sospese - liricamente magiche - sulle acque, sulle barene, sui campi, sulle colline euganee e asolane. Il lungo tirocinio artistico, dagli studi all'istituto d'Arte ai torchi litografici, dal disegno all'olio, dalle prime mostre alla Bevilacqua-La Masa e alla Biennale (sezione grafica) all'insegnamento, segna gli anni dell'esordio e della prima affermazione tra gli anni Venti e Trenta affidata sostanzialmente alla magistrale abilità disegnativa, grafica e illustrativa. La svolta pittorica degli anni Quaranta è legata alla frequentazione degli amici del gruppo di Burano Semeghini, Seibczzi, Candiani, Gino Rossi, Vellani-Marchi, Moggioli e al soggiorno buranese allo scoppio della seconda guerra mondiale. Il Paesaggio, e quel particolare paesaggio della poi detta "Scuola di Burano", entra da quel momento a far parte viva e via via essenziale della sua creatività pittorica. G1i orti di Mazzorbo, gli inverni torcellani, le vigne dell'estuario, una rara e preziosa Venezia innevata, le stagioni che trascolorano in laguna sono i temi dell'anima, un evento pittorico tanto reale quanto fuori dal tempo o che piuttosto segna tempi e ritmi interiori di pura trasfigurazione naturalistica. Dai dipinti emana l'impalpabile struggimento dell'aria velata dalle prime brume o il brivido di un refolo di vento tra rami come arabeschi e l'odore dell'acqua. Intervallati ai paesaggi straordinari, affettuosi ritratti di giovani buranelli: dipinti tutti in cui la parentela empatica con Moggioli e Semeghini, se pur con accenti autonomamente diversi, risulta evidente e si coagula con il conseguimento del Primo Premio Burano (1946). Dagli anni Cinquanta la sosta a Bardonecchia, il viaggio a Parigi, il domicilio stabilito a Venezia, la ripetuta presenza alla Biennale e alle Quadriennali romane; inizia l'assidua frequentazione collinare di Teolo, della riviera del Brenta e soprattutto di Asolo: l'aria più tersa, la visione nitida delle montagne, il mutato campo prospettico inducono ad un più marcato timbro cromatico; si evidenziano i contorni, si riduce la sintassi costruttiva, si inspessisce la pennellata; la lettura del paesaggio, specie dallo scadere degli anni Sessanta, si fa più sintetica e concisa sin quasi all'astrazione. Tuttavia, altero e schivo, l'artista elude le lusinghe dell'informale e dell'extrapittura; la fedeltà al realismo magico, ma soprattutto all'etica interna e ai valori tradizionali del paesaggismo e del cromatismo veneto lo pongono al di fuori o al di sopra del succedersi delle correnti; coerente al proprio rapporto con la natura intesa come essenza universale e contenuto spirituale, Carlo Dalla Zorza annotava: "... la campagna, a mio avviso è il soggetto che più mi lascia libero di esprimermi. Posso, in altre parole, sovrapporre la mia fantasia, il mio animo, al vero che ho davanti senza nello stesso tempo tradirlo e fare cose arbitrarie".

Flavia Casagranda

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