Ponte Rosso Galleria Virtuale

 

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 in copertina:

   Felicita Frai

    Autoritratto, 1936 
    olio su tela  cm 64x77 

 

 

 

 

 

GALLERIA PONTE ROSSO
20121 - Milano via Brera 2
Tel./Fax 02/86461053
E-mail:ponterosso@ponterosso.com
Corrispondenza: via Monte di Pietà 1/A
Orario di apertura: 10-12.30  /  15.30-19
Chiusura: domenica mattina e lunedì

 

Ricordo di FELICITA FRAI
(Praga 1909 - Milano 2010)


Dal 28 ottobre al 14 novembre 2010

Inaugurazione giovedì 28 ottobre alle h 18


Giovedì 28 ottobre 2010 ore 18, alla Galleria Ponte Rosso (via Brera 2, Milano) si inaugura la mostra: Ricordo di FELICITA FRAI (Praga 1909 - Milano 2010). La Galleria Ponte Rosso dedica questa mostra a Felicita Frai, straordinaria artista praghese trasferitasi in Italia ancora giovanissima, scomparsa pochi mesi fa all'età di 100 anni. Sono esposti venti dipinti e una selezione di litografie realizzati dagli anni 40 ad oggi.

Ha raccontato di sè Felicita Frai, (autopresentazione al libretto "Un po' vere, un po' sognate", 2000):

Dopo le parole generose che tanti hanno scritto di me, voglio spiegare come ho trovato la strada della mia pittura. Una biografia dovrebbe riassumere le notizie quando si nasce, si impara, si espone, si viene premiati, e così via. Io dico solo che sono nata a Praga il 20 ottobre 1909, sotto Francesco Giuseppe, Imperatore d'Austria. Poiché all'inizio non ero consapevole di chi fossi e del perché, fingo di essere nata nel 1936 in Italia. Volevo disegnare, dipingere, inventare immagini: era il momento dell'arte monumentale e io volevo imparare l'affresco, il mosaico, lo stucco lucido e altre tecniche. Achille Funi, che conobbi a quel tempo, stava affrescando la Sala della Consulta a Ferrara e diventai sua allieva. Imparare a fare ciò che sognavo fu per me fonte inesauribile di felicità e energia, e nel contempo di serenità. In seguito realizzai su commissione un pavimento di mosaico e una parete affrescata a Trieste. I soggetti erano sirene, giocolieri, nature morte, cavalli marini e pesci. Italo Balbo invitò molti artisti a Tripoli dove disegnai i cartoni di un grande mosaico per il bagno turco dell'albergo Uaddan, e i vestiti e le ali degli angeli ai lati dell'altare della Chiesa di San Francesco Nuovo. Gli abiti dei frati francescani, raffigurati da Achille Funi, finirono poi a Milano, in casa sua. Qualcuno, per gioco, li indossava. Una sera Domenico Cantatore e Leonardo Sinisgalli vennero in quella casa. La visita a sorpresa dei due giovani amici diede vita ad un delizioso racconto di Domenico, pubblicato da Giò Ponti nella collana Edizioni di via Letizia, con il titolo "Interno". Stabilitami a Milano, dopo l'esperienza di Tripoli, incontrai di colpo le reali difficoltà: nessuno comperava i quadri di una pittrice. Bisognava inventare qualcosa per sopravvivere con i colori, i pennelli e le tante altre materie. Trovare nella realtà professionale posto per ciò che avevo sognato, fu una vera affermazione di vita. Poiché ogni materia ha i suoi arcani, un filo d'erba ha i suoi segreti, lo dice Katsushika Hokusai, il grande artista giapponese. Seguirono anni di lavoro per cinque transatlantici. Cantieri navali a Genova, lontani, lontani, sotto le tempeste, oppure in agosto sotto una vetrata rovente, un esercito di pulci e fumi di ddt. Capannoni con correnti gelide e infine la morte dell'Andrea Doria in fondo all'oceano. Per noi artisti un grande lavoro e un doloroso ricordo. Dai miei dipinti inventati ho trovato la chiave per interpretare la realtà nei miei ritratti. E dai miei ritratti ho capito come esprimere la vita nelle figure inventate. Ho iniziato con mia figlia piccola. I miei committenti erano quasi tutti aristocratici che per tradizione hanno la quadreria, grandi industriali, intellettuali, medici, anche qualche persona ambiziosa. Ho dipinto bambini, adolescenti in fiore, signore e nonne. Tre soli sono i ritratti maschili. Dal vero un disegno di Giuseppe Ungaretti (in mostra), un olio del signor Mutti di Parma e un quadro di Napoleone Bonaparte, per forza maggiore non dal vero. Di ritratti ne ho fatti più di cento, le cornici antiche di casa erano sempre disponibli. Rinunciare ad una così affermata capacità fu quasi eroico, però non volevo appartenere per sempre alla categoria dei ritrattisti e infine mi sono stancata. Devo tutto il senso della mia vita alla pittura, alle mie immagini, anche se simili, ma sempre aperte ad altre, un po' vere e un po' sognate. Concludo ringraziando mia figlia Piera per i buoni consigli e per avermi aiutato, per questo libretto, con tanta pazienza e amore, nella ricerca dei miei ricordi.

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